venerdì 13 aprile 2018

Cibo in scena dal 1600 alla fotografia all'Accademia Carrara di Bergamo









Cibo e arte sono stati spesso al centro di eventi organizzati dal Premio Italia a Tavola. A Bergamo, dè stata inaugurata il 7 aprile la mostra “Il Cibo in scena” che rimarrà in allestimento all'Accademia Carrara fino al prossimo 2 maggio. Il taglio del nastro alla storica sede museale è avvenuto alla presenza dell’assessore alla Cultura del comune, Nadia Ghisalberti, dei curatori della mostra, il critico d’arte Enrico De Pascale e la giornalista e storica Silvia Tropea Montagnosi, del direttore di Italia a Tavola, Alberto Lupini, e dei tanti ospiti della manifestazione, personaggi premiati dal sondaggio e protagonisti del mondo della ristorazione e dell’accoglienza. A fare da guida tra i quadri esposti, la direttrice dell’Accademia Carrara, Maria Cristina Rodeschini. Prima di entrare in Accademia è stato possibile ascoltare la performance musicale di Dudu Kouate, musicista senegalese, che ha dato vita alle pentole di rame facendole "suonare" con melodie a tratti ipnotizzanti.
  Al centro della mostra di Bergamo tre opere: la prima, simbolo ispiratrice, è il dipinto di Evaristo Baschenis “Cucina con rami e fantesca” (1660 circa), che raffigura una cucina con un tavolo su cui sono accatastate delle lucidissime pentole in rame. Gli altri dipinti sono: “Il mercato del pesce” di Giacomo Legi (o Liegi), del 1630 e la “Natura morta con paiolo, vasetto, verza, granchio, funghi e cipolle” di Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto,  databile intorno al 1740.
Ma è il quadro di Baschenis a polarizzare l’attenzione per la splendida luminosità delle pentole e dei bacili in rame posati su un tavolo al centro di una grande cucina. Di lato, decisamente in secondo piano, c’è la fantesca intenta a lucidare uno spiedo, con aria assente, come spesso avviene nelle azioni ripetitive. E sembra anche che con lo stesso straccio la donna abbia finito da poco di lucidare le pentole e i tegami, messi capovolti ad asciugare sul tavolo. Era probabilmente la vera fantesca del pittore, sacerdote, che viveva solo, e sono pochissimi i dipinti dell’artista con una figura umana, come ha detto Enrico De Pascale. L’artista infatti, considerato il precursore del genere delle nature morte, raffigurava oggetti, soprattutto strumenti musicali, di cui sarebbe stato collezionista. 
Fu il Caravaggio ad inaugurare il genere delle nature morte, con la sua “Canestra di frutta”. Solo allora fu coniato il termine “Still Leben”, letteralmente “vita ferma” poi cambiato in natura morta. Così come alle opere di Evaristo Baschenis a tema musicale esposte in passato ad una mostra al Metropolitan di New York furono affiancati strumenti musicali, davanti a questa dell’Accademia è stato posto un tavolo con accatastate pentole, bacili tortiere e leccarde di rame della stessa epoca appartenenti a collezioni di privati, come in un gioco di specchi.

Sono stati inoltre premiati i vincitori del concorso fotografico “La cucina e il cibo simboli di accoglienza”, ideato da Italia a Tavola in occasione di questa ultima edizione del Premio. Le tre foto sono state scelte dalla giuria che le ha selezionate tra le numerose giunte da tutta Italia. I vincitori sono; Brigida Tullo, Pietro Amendolara e Riccardo Moretti.


Il Premio Italia a Tavola è stato patrocinato da Regione Lombardia, Comune di Bergamo, Camera di Commercio di Bergamo, Università degli Studi di Bergamo e L'Eco di Bergamo; a fare da main sponsor invece Consorzio Grana Padano, Trentodoc, Consorzio Mozzarella di Bufala campana Dop e Pentole Agnelli.

Nicoletta Curradi 

La Galleria Il Ponte celebra Mauro Staccioli




La galleria Il Ponte presenta una mostra monografica dedicata allo scultore  Mauro Staccioli. Lo   spazio sarà allestito con alcune opere dal 1969 al 2009 e una sintetica selezione di materiali che ne accompagnano il percorso ideativo. “Mauro Staccioli lavora seguendo un procedimento peculiare che risponde all’esigenza fondante del  : leggere il luogo alla luce della storia e lasciare un segno indicativo sulla scorta di questa lettura.Una scelta consapevole si va definendo nell’artista alla fine degli anni ’60: politicamente impegnato, sentel’arte come una risposta doverosa all’esserci, un lavoro partecipe del dibattito. La sua sensibilità all’ambiente storico-sociale emerge a Volterra nel 1972: il luogo, lo spazio urbano, l’edificio, la natura, hanno una propria storia, un proprio respiro, recano le impronte di vicende antiche o di situazioni socio-ambientali. Pochi annidopo, Staccioli darà alla sua mostra nel castello di Vigevano (1977) il titolo emblematico di   Lettura di un ambiente. L’artista ‘legge’ il sito prima di porvi un segno, commisurato non soltanto allo spazio, ma alla presenza dell’uomo.Un lavoro intenso e invisibile precede la scultura di Staccioli, perfetta sintesi poetica di ritmo e misura in relazione con il luogo. I materiali raccolti nello studio-archivio in 40 anni di lavoro, nel testimoniare un'attività intensa offrono le chiavi di lettura del suo percorso ideativo. […] Un percorso intellettuale complesso, molto vicino a quello di un architetto: sin dal primo contatto con il luogo, la sua storia, le sue tracce, fissati in una campagna fotografica, annotati nei taccuini, documenti essenziali per le considerazioni d’impatto e le prime forme   ideate   in   situ.   A   questo   punto   l’immaginazione   dell’artista   può   librarsi   a   partire   da   un   terreno progettuale ben definito, il più possibile fedele alla realtà storico-ambientale del luogo.” Maria Laura Gelmini, Mauro Staccioli, All’origine del fare/At the roots of sculpting, Corraini Edizioni, Mantova 2008.

11 maggio 2018 - 27 luglio 2018

Nicoletta Curradi



Le meravigliose visioni di Man Ray a San Gimignano

Sperimentare, reinventare, trasformare la fotografia in “fotografia d’affezione”, trasfigurando i soggetti e caricando nudi, autoritratti, nature morte, di un senso proprio, imprevisto ed inatteso.
La missione di Man Ray è stata forse quella di rendere ogni immagine come un enigma, quasi a suggerire come nel reale, anche il più abituale, sia celato un mistero. E così lo sguardo, che si fa incantato, è in grado di svelare un punto di domanda sul corpo, sul volto, sul braccio su cui si posano abiti, cappelli, accessori. 



Ed è sempre lo sguardo a trasformare il tutto in quelle “meravigliose visioni” che costituiscono il filo conduttore della mostra Man Ray. Wonderful visions, dall’8 aprile al 7 ottobre alla Galleria d’arte Moderna e Contemporanea "Raffaele de Grada" di San Gimignano.

Oltre cento immagini consentono al visitatore di sfogliare il lavoro fotografico di uno dei maestri più significativi del XX secolo, l’artista dadaista e surrealista di Filadelfia che ha reinventato il fotogramma, ribattezzandolo rayograph, e la solarizzazione attraverso la quale ha restituito l’aura a corpi e ritratti.

“Ho tentato di cogliere le visioni che il crepuscolo o la luce troppo viva, o la loro fugacità, o la lentezza del nostro apparato oculare sottraggono ai nostri sensi. Sono rimasto sempre stupito, spesso incantato, talvolta letteralmente ‘rapito’” scriveva il fotografo amico di Duchamp e autore di film d’avanguardia.

Le oltre cento immagini fotografiche sono esposte a comporre un unico percorso unitario e, disposte in ordine cronologico, rimandano a quell’unico sguardo da cui nascono realmente, piuttosto che ai generi e alle funzioni.

Come scrive Elio Grazioli, curatore della mostra, «L’affezione è ciò che crea il mistero, è il sentimento segreto che resta enigmatico al di là dello svelamento simbolico, è una dimensione privata in più di cui si carica l’oggetto, fotografia compresa, e lo sguardo, che si fa ‘incantato’».

Fabrizio Del Bimbo